Sul concerto del Ensemble Baroque “Carlo Antonio Marino” (Albino Classica – 5 Maggio 2018)

Sabato sono tornato all’Auditorium “Modernissimo” di Nembro -posto dove ero già stato l’anno scorso ad ascoltare l’esecuzione del Settimino Op.20 di Beethoven (QUI potete rivedere l’articolo che avevo scritto a riguardo)- per un concerto del Ensemble baroque “Carlo Antonio Marino”. Avevo già avuto occasione di incontrare questi musicisti -fra i quali anche un paio di docenti che ho conosciuto personalmente durante il mio percorso di laurea triennale- un anno fa, a Casnigo, ed ho già raccontato qualcosa di loro in questo articolo.
Il programma si prospettava interessante, e prevedeva, oltre ovviamente a composizioni dell’omonimo Carlo Antonio Marino (musicista bergamasco nato nel 1670) anche altre di Locatelli, Vivaldi, ed il famoso Concerto per cembalo e archi in Fa minore BWV1056 di Bach.
Arrivai in tempo per prendermi un posto perfetto sia per assistere al concerto che per scattare qualche foto. Quando abbassarono le luci, rimase un meraviglioso chiarore giallognolo sui leggii e sul cembalo di legno chiaro.
la sala, prima dello spegnimento delle luci (purtroppo)
Una volta applauditi i musicisti al loro ingresso sul palco, attaccarono con la Sonata a quattro Op.6 n.7 di Marino, opera abbastanza breve caratterizzata da due tempi bipartiti, ovvero costituiti entrambi da una sezione lenta ed una più rapida, generalmente nel tipico stile imitativo.
Quindi ecco il “principe” della serata, appunto il Concerto in Fa minore BWV1056 di Bach. Era per me il primo ascolto dal vivo con strumenti dell’epoca ma, soprattutto, con l’uso del cembalo e non del pianoforte. E’ stato un momento davvero emozionante, sia per l’esecuzione notevole del cembalista Maurizio Manara (meravigliosi gli abbellimenti -forse alcuni anche improvvisati o variati- del celebre Adagio), sia per il timbro così diverso da come lo conoscevo, più intimo e raccolto, più particolare. Mi ha portato a rivedere non di poco l’idea di “solista” in questi brani, specie quando il suo timbro veniva un po’ sorpassato o il suo ruolo dominante messo a tacere per i passi dei soli archi. Veramente notevole ed interessante.
La prima parte (almeno da opuscolo del programma, anche se non c’è stata alcuna soluzione di continuità) conclude con la figura di Locatelli ed il suo Concerto a quattro Op.7 n.1, personaggio che mi ha colpito per l’esaltazione dei silenzi e delle cadenze (una nota di merito -la riprenderò anche dopo- a Cesare Zanetti e al suo approccio violinistico passionale e coinvolgente è quasi d’obbligo), il continuo alternare episodi lenti ad episodi più mossi, l’effetto quasi di “cori battenti” fra alcune parti e gli scambi di voci come fossero passaggi di un testimone musicale.
Il direttore Natale Arnoldi, che non ha mancato di coinvolgere verbalmente il pubblico, apre la seconda parte con la figura di Vivaldi, spiegando quanto, pur non essendo egli bergamasco, fosse comunque affine allo stile degli altri due compositori e di Bach, anche perché bergamo si trovava ancora “sotto Venezia”. Il brano scelto è il celeberrimo Inverno dalle Quattro stagioni. Trattasi effettivamente di un Concerto per violino, archi e basso continuo in Fa minore (stesso impianto tonale di quello di Bach) enormemente conosciuto per il suo primo tempo -ma anche il secondo, spesso noto come “la pioggia” per i suoi pizzicati che accompagnano il canto spiegato e appassionato del violino solista- e meno per il terzo ed ultimo che, per ciò che mi riguarda, resta forse il punto più alto dell’intera opera. Notevolissima -ed anche un po’ provante, almeno per lui- l’esecuzione di Zanetti al violino solo, che non ha risparmiato alcuna risorsa per far emergere sia i passi di bravura che tutta l’energia drammatica, appassionata e a tratti anche “immobile/gelida” di questo concerto.
Torna quindi sulla scena Locatelli, con un altro Concerto a quattro, Op.7 n.3, brano che ho veramente apprezzato e che non conoscevo. Qui l’atmosfera è decisamente più “primaverile”, il clima più sereno e disteso. La forma in quattro tempi è inaugurata da un brevissimo Largo che sfocia in un Allegro imitativo frizzante. Poi ecco di nuovo un Largo, in tono minore, in cui il compositore torna a cercare quelle suspances che arricchiscono di attesa e struggimento. Il finale, un Allegro in stile direi “folk” (forse alla zingarese/ungherese?) porta una ventata di allegria e baldanza, coi suoi frequenti cambi di umore e di sonorità, le alternanze fra soli e tutti, fra piano e forte. Non so perché, ma ci ho sentito come un precedente del Sestetto in Sol maggiore Op.36 di Brahms, coi suoi toni villaneschi e gli echi di canti popolari.
Chiude il concerto di nuovo Vivaldi, con il suo Concerto in Do minore RV120, composizione che anche nell’occasione precedente avevo ascoltato ed apprezzato per la sua frenesia ed inquietudine.
Ancora una volta, me ne torno contento di aver ascoltato un po’ di repertorio barocco, eseguito con gli strumenti giusti e in un luogo che invogliava all’ascolto.

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