Sul concerto Mozart/Respighi/Neschling (LaVerdi, 18 Marzo 2018)

Fresco di ascolto, ho voglia di scrivere del concerto che ho ascoltato questo pomeriggio. Perché fra me e me, e fra me e i confronti con altri presenti ho abbastanza stimoli per farlo.
Finalmente, dopo anni che vedevo i suoi post su Facebook e i suoi video su Youtube, ho avuto occasione di essere presente ad un concerto con orchestra del pianista Federico Colli. Non nego che avrei preferito un recital solistico, ma, indubbiamente, non è certo quella di oggi un’occasione della quale disdegnare.
In programma, uno dei concerti per pianoforte e orchestra di Mozart che mi piacciono di più, il K.491, in Do minore. Uno dei due soli in tonalità minore scritti dal compositore (l’altro è l’arcinoto K.466, in Re minore), e il tono minore in Mozart ha sempre una luce tutta sua. Penso al Quartetto con pianoforte in Sol minore K.478, ad esempio. Al suo tono a tratti severo, a tratti patetico. Penso all’emblematica Sonata in Do minore K.457 per pianoforte. Al secondo movimento del Concerto per pianoforte K.456 (che ho avuto modo di studiare), un tema con variazioni totalmente pervaso da un pathos struggente, quasi ansante. All’Adagio K.540 in Si minore, che ho anch’esso studiato, con il suo alternare la tensione e la distensione armonica ai tratti quasi più marziali e fieri.
Il Concerto per pianoforte in Do minore K.491 si contraddistingue per un corposo e suadente cromatismo, il quale aiuta ed enfatizza il tono quasi tragico dell’opera. Composto da un Mozart trentenne, differisce da quello in Re minore per una ricerca di una drammaticità più interiore che plateale. L’uso frequente di intervalli come la settima minore o i frequenti salti conferiscono al discorso del solista una sorta di “frammentarietà unitaria” assai espressiva. Il fatto stesso che Mozart non utilizzi il consueto primo movimento in carattere marziale ma un 3/4 (in uno) e che la riproposizione di medesimi temi fra orchestra e solista sia sempre riccamente variata, distacca questa composizione da altre del suo stesso genere. Anche il terzo tempo in tema e variazioni aggiunge ulteriore differenza.
Si è soliti assistere, od ascoltare in cd, interpretazioni molto “virili” di questo concerto, e non saprei dire se ciò sia aderente o meno all’ideale mozartiano. Certo i contrasti di sonorità nella stessa partitura sono abbastanza chiari (osservando anche il dosaggio di masse sonore orchestrali). Ma l’esecuzione di stasera direi che, se non si contrappone a questo pensiero, comunque se ne allontana. La “lotta intima” che differenzia questo concerto da quello in Re minore, viene resa anche attraverso la rinuncia, non di rado, a sonorità decise e piene per volgersi a una sorta di lasciato intendere senza che sia detto. Niente sottolineature evidenti, niente rimarcazione, pochi contrasti. Ma un fitto dialogo fra solista e orchestra, volto a costruire un unico discorso, una sola voce narrante. Lo stesso Colli ha da sé sovente condotto l’orchestra -quasi un secondo, fine e coraggioso, direttore- specialmente in punti nel quale le sonorità del suo amato strumento si facevano esili (ma non inconsistenti) o, mi viene da dire, “malate”. Diversa la situazione orchestrale, che, mi duole un po’ dirlo, non ha avuto a mio sentire questa stessa eloquenza (scelte del direttore?), rivelando a volte a un suono un po’ “stanco”. Un conto è il malato “febbrile” al suo interno, un altro è la stanchezza un po’ de-personalizzante.
Non credo di dire nulla di nuovo se descrivo il pianismo di Federico Colli come raffinato ed elegante, chiaro, ricercato, tecnicamente impeccabile, ben governato (soprattutto mentalmente, almeno per come l’ho avvertito io, e non sto certo sminuendo, anzi, chapeau). Avevo davanti un pianista che da tempo fa parlare di sé, che suona in tutto il mondo, che ha in repertorio diversi concerti con orchestra (ricordo un terzo di Rachmaninov, un secondo di Saint-Saens, un primo di Cajkovskij), e che -compatibilmente con la tensione/attenzione verso la performance- ha una certa dimistichezza e nonchalance con il genere. Forse mi serve un ulteriore ascolto per apprezzare al 100% l’interpretazione di stasera, così diversa e se vogliamo distante da una ovvia aspettativa, ma non posso in alcun modo muovere critiche contro l’unità di pensiero dimostrata.
Degne di nota, le cadenze solistiche, ricche di fantasia e originalità di lettura. Il coraggio di certe sonorità sussurrate del secondo movimento. I due bis finali: una K.1 di Scarlatti così bella e singolare l’ho sentita ben poche volte. 
La seconda parte del concerto ha visto il parco rifocillarsi di orchestrali (soprattutto ottoni e percussioni) alla volta della Sinfonia Drammatica di Ottorino Respighi.
Respighi resta, per me, un caro compositore troppo poco proposto, troppo poco considerato. Se penso a opere musicali come il Concerto Gregoriano, i Pini e le Fontane di Roma, il Quartetto Dorico e il Quartetto in Re maggiore, non posso non essere scontento per la persistente troppa poco popolarità di questo fantastico personaggio.
Meraviglioso orchestratore, l’ho sentito spesso definire come “il Debussy italiano”. E forse non è così inesatto, seppure la generazione degli ottanta non aveva le stesse prerogative di un simbolista come Claude Achille. Non mancano certo le sonorità un po’ esotiche, l’utilizzo di strumenti in disuso o di nuova scoperta per l’epoca, l’attaccamento alle antiche polifonie patriottiche. Ma fra quelle francesi e quelle italiane ci sono differenze sostanziali che non si possono tralasciare: lo stile delle prime, così avvezze ad abbellimenti, tilli/trillini/mordenti e quanto altro, contrapposte alla semplicità diretta delle seconde, ad esempio.
Respighi è stato, ad ogni modo, un fantastico compositore, e la composizione proposta questa sera (che dura qualche minuto in meno di un’ora) ne dà atto per chiunque desideri accorgersene. Respighi porta il poema sinfonico di Liszt in Italia (non ho mancato infatti di notare medesime maniere di sfruttamento tematico), ha scritto musica in pieno stile tonale -se non modale, nel senso antico del termine- in un periodo in cui l’avvenire della musica stava votandosi alla pantonalità e all’amore per il puro suono e la timbrica. Riesce a fondere il carattere massiccio quasi brahmsiano/mahleriano alle macchie di colore alla Ravel (Rhapsodie Espagnole) con, appunto, l’esotimo debussyiano; e, forse, anche a una certa “russianità” di Rimskij-Korsakov -col quale peraltro studiò- o di Rachmaninov (in opere come l’Isola della morte). Un’opera così imponente come la Sinfonia Drammatica, anche per la sua lunghezza non statica, ci mostra come Respighi avesse ormai coniato un suo linguaggio, un linguaggio a tratti forse non proprio immediato e non “innovativo” se confrontato con i dodecafonisti o i serialisti, ma comunque delineato e dotato di una sua singolare espressività.
Credo di aver detto quanto mi era trasalito durante l”ascolto.
Lascio qualche fotografia della serata.

A presto!
Andrew

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