Concerto di Henri Barda (24 Febbraio 2018)

Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho scritto su Metathymos! Escludendo il post nel quale riportavo il mio articolo su Robert e Clara Schumann pubblicato sul blog di Classicaviva, era ancora la fine dello scorso anno.
Con un ritardo di due settimane abbondanti, vorrei scrivere brevemente del concerto del pianista egiziano Henri Barda al quale sono stato alla fine dello scorso mese di Febbraio.
Il concerto faceva parte dell’ottavo Festival Pianistico Morbegno-Chiavenna, il cui direttore artistico è Michele Montemurro, ottimo pianista di mia conoscenza. Ricordo ancora la prima edizione del Festival, nella quale conobbi personalità del panorama concertistico internazionale quali Irene Veneziano (fresca del concorso Chopin di Varsavia, con uno stupendo recital totalmente dedicato al compositore polacco) e Mariangela Vacatello (la quale aveva appena inciso gli Studi Trascendentali di Liszt, ed eseguì magnificamente anche la temibile Sonata in Si minore); dell’edizione 2016, invece, ricordo l’esecuzione stupefacente dell’integrale degli studi chopiniani (tutti e 27, compresi i 3 Nouvelles Etudes, anch’essi all’epoca appena incisi) dalle mani dell’amico Alessandro Deljavan.
Tornando ad Henri Barda, non avevo ancora avuto occasione di ascoltarlo dal vivo. Mi era stata accennata la sua tendenza ad eseguire, bene o male, tutto a velocità molto sostenute, forse a causa di una forte ansia da prestazione, ma io ho avvertito anche qualcos’altro.
Il programma -molto massicco- prevedeva, nella prima parte, l’esecuzione di 5 Preludi e Fuga dal Clavicembalo ben temperato di Bach e i 4 Impromptus Op.90 di Schubert; nella seconda parte il Tombeau de Couperin di Maurice Ravel e alcuni brani scelti di Chopin (Notturno Op.9 n.3Barcarola Op.60, Impromptu Op.29, Valzer Op.70 n.2 e la celebe Ballata n.4 Op.52).
Le voci che mi erano giunte non si sono affatto smentite, ma la natura del suono devo dire che è rimasta bella per quasi tutto il tempo. Ho apprezzato tantissimo l’articolazione leggera e “ariosa” (forse sarebbe più giusto dire “areata”) di alcuni preludi di Bach. Notevole anche la padronanza delle fughe, a quelle velocità. 
Alcuni brani, nonostante la rapidità, risultavano a loro modo convincenti, come ad esempio gli Impromptus n.2-3 e 4 di Schubert. Il Tombeau de Couperin è, forse, stato il momento più alto dell’intero concerto. Bellissimo il Menuet, con un finale dalle sonorità eleganti, magiche e di cristallo. Anche la Fugue, chiara nella sua visione “fantastica”, e la Forlane mi hanno colpito. Coraggiosissime (nonostante qualche imprecisione di poca importanza) le scelte esecutive del Prelude -con una coda scintillante!- della Toccata e del Rigaudon.
In Chopin ho trovato Barda un pianista convinto e dalla chiara visione personale dei brani. Per non pochi versi lontana dalla consueta concezione e interpretazione, il pianista non si risparmia di stravolgere alcune indicazioni di sonorità -anche in Schubert- reinventando il senso espressivo di intere sezioni di brani (ricordo chiaramente la sezione prima della ripresa con le ottave al basso, nella Barcarola: l’autore indica piano, come se per un momento si distanziasse dal ritmo e dall’idea della barcarola stessa e raggiungesse una dimensione più lontana e sognante; Barda sceglie invece un evidente crescendo, totalmente contrario, quasi una eccitazione sonora, ma non per questo meno convincente). La Quarta Ballata cala l’ascoltatore in una scena inquieta già dall’inizio, e questa inquietudine viene protratta fino alla fine.
Indubbiamente un concerto interessante di un pianista di un certo calibro, dotato di grande personalità e fantasia. Non mi dispiace l’idea che si possa addirittura sconvolgere la scrittura musicale, nel momento in cui l’esecutore è in grado di far trasparire in modo netto e direttissimo l’emozione che gli causa. Si resta “commossi” da un “commosso”. Quasi un po’ come il caro Carl Philipp Emanuel Bach sosteneva.

Andrew

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