Concerto del “Sestetto Stradivari” (Rassegna “Merate Musica” 2017/2018)

Su di uno sgabello di pianoforte, settimana scorsa trovai un opuscolo pubblicitario della stagione Merate Musica. Devo dire che è capitato proprio, come si suole dire, a fagiuolo, perché, fino a prima di questo piccolo lieto evento, stavo gettando la spugna per quanto riguarda il trovarmi un’occasione di ascoltare concerti nelle vicinanze. Nella serata di Sabato 11 Novembre era previsto un concerto con un programma per me davvero “da gola”: i due Sestteti per archi Op.18 e Op.36 di Brahms, interpretati dal Sestetto Stradivari.
Tenendo conto che, a mio parere, Brahms ha toccato alcune delle più alte vette della sua intera produzione -nonché della musica cameristica nella storia della musica- proprio con le composizioni da camera, sono corso all’occasione senza esitare. L’Auditorium di Merate, peraltro, è una bellissima struttura inserita all’interno del municipio: non enorme ma molto ben costruita, essenziale ma accorta ed assai accogliente, con tantissime componenti lignee, le sedie verde mela, un bel palchetto, un piano superiore con una “ringhiera” in vetro (ed è lì che mi sono piazzato!) ed una acustica adatta allo scopo.

Le esecuzioni del Sestetto Stradivari si sono distinte per una tenuta praticamente perfetta delle rotondità dei suoni e delle intonazioni, delle esaltazioni delle linee melodiche e delle polifonie; una gestione interessante delle agogiche (soprattutto nello Scherzo dell’Op.18) e dei dialoghi fra gli strumenti.
Il Sestetto Op.18 in Si bemolle maggiore -composto nel 1860 da un 27enne Brahms- si è aperto con un Allegro ma non troppo senza sentimentalismi né particolari libertà di oscillazioni agogiche (come è solito fare, ad esempio, prima della ripresa, in cui si tende a cedere un po’ per far risaltare il da capo del ritornello), ma con un suono sempre caldo e morbido, appassionato. Il famoso Andante, ma moderato, anch’esso dal piglio profondo e pieno in tutte le sue variazioni, è stato eseguito benissimo (certe agilità della coppia di violoncelli, uniti al suono sempre ben declamato, sono da ricordare) con un’espressione consistente ma non “svenata”. 
I due movimenti che più mi hanno colpito sono stati lo Scherzo (“Allegro molto”, con un trio nella sezione centrale “Animato”) e il Rondò conclusivo (“Poco allegretto e grazioso”): il primo dei due caratterizzato da una pronuncia e uno spiccato senso della danza, tanto da ricordarmi certi splendidi scherzi delle Sinfonie 6 e 7 di Beethoven, pieni di quel brio vivace che sa proprio di “ritrovo popolare”; il secondo, contrariamente alle normali aspettative, vicino alle idee del primo tempo, con un piglio più rapido di quel che conoscevo, una cura per il suono ed il fraseggio veramente notevoli ed una coda –“animato, poco a poco più”, come da partitura- davvero cangiante e travolgente.
Una pausa di qualche minuto ha separato dal secondo Sestetto, Op.36, in Sol maggiore. Composto tra il 1864 ed il 1865, è spesso chiamato anche “Agathe Sextet” per la presenza di una serie di note nel primo movimento, ovvero la/sol/la/pausa/si/mi che corrispondono, nella nomenclatura tedesca, proprio alle lettere A-G-A-(T)-H-E (la T corrisponde ad una pausa di un quarto), in onore di una donna di cui il giovane Johannes si innamorò profondamente nel 1858 durante un soggiorno a Göttingen, ma che poi abbandonò -pentendosene, poi, amaramente per parecchio tempo: ad un amico, infatti, ammise di essere stato uno stupido nei suoi confronti- alle soglie di un matrimonio quasi certo.
Questo Sestetto differisce molto, per certi versi, dal primo. Sin dal primo tempo, Allegro non troppo, sembra esserci una ricerca quasi “spaziale” della musica, con piccoli enunciati che sfilano da uno strumento all’altro, sostenuti da un dolce tremolo di una delle viole. Ogni spunto tematico è continuamente oggetto di sviluppo e materiale di esposizione, tremolo compreso. Non da meno, il carattere generale dell’intera composizione sembra più vicino ai toni popolari, anche se sempre molto ricercati nelle armonie e nelle melodie.
Il secondo tempo, Scherzo-Allegro non troppo, è, appunto, popolaresco sia nei pizzicati  e nei mordenti iniziali, sia nelle melodie cantabili che negli stacchi più mossi come la sezione centrale Presto giocoso (momento del brano che a mio avviso il Sestetto Stradivari ha reso fantasticamente). Il Poco Adagio successivo si riversa su una cantabilità cromatica complessa, sinuosa ed affascinante, piena di chiariscuri, come il gioco imitativo del più animato o la sezione Adagio, molto dolce.
Il finale, Poco Allegro, che inizia con un episodio fugato per poi alternarlo continuamente ad un tema di ispirazione semplice e popolare che sgorga nel registro medio basso e ad intervalli di seste, resta a parer mio uno dei brani più belli della musica per archi. Il tempo staccato dagli esecutori, questa volta, è stato più seduto del previsto, ma l’articolazione dei temi fugati e di quelli popolari ne hanno giovato in particolarità ed interesse. Bellissima la coda in Animato, che nasce dal fugato portandolo come alla saturazione sonora, e concludendo fragorosamente e nel pieno dell’esaltazione sull’accordo di tonica.
Al terzo richiamo sul palco, il Sestetto Stradivari ci ha salutati con un’esecuzione notevole del  terzo movimento del Souvenir de Florence di Cajkovskij.
Credo di aver scritto anche troppo. Ma chiedo venia, e mi giustifico con le belle emozioni che ho provato nell’ascoltare, per la prima volta dal vivo, due fra i brani che più amo nella musica da camera.
Lascio come sempre qualche fotografia.

Alla prossima!
Andrew

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